Delle elezioni e dei referendum

È difficile e complesso proporre un’analisi delle due recenti tornate elettorali. Ci provo in modo molto schematico. L’analisi dovrebbe svilupparsi su 3 livelli: il significato delle elezioni e dei referendum; la crisi del centro-destra; i compiti e il futuro delle attuali opposizioni.

Ora mi limito a qualche considerazione di carattere generale. Le elezioni e i referendum possono e devono essere considerati una vittoria “della sinistra”. Per tre motivi:

a. I referendum hanno sancito infatti un fatto fondamentale: ha vinto la collettività sull’interesse particolaristico, ha vinto l’interesse generale sull’interesse particolare. E questo sia in ambito economico, sia in ambito politico: in ambito economico ha vinto l’idea e la prassi dei beni pubblici e della politica industriale; in ambito politico ha vinto l’interesse generale sull’interesse personale (le leggi ad uso personale).

b. Ha vinto la democrazia diretta delle primarie e dei comitati, coadiuvata in modo virtuoso dalle forze partitiche: insomma, c’è stata vera “partecipazione”.

c. Ha vinto la sinistra anche perché alcuni candidati (Milano e Napoli) sono chiaramente di sinistra, per percorso personale e/o per cultura e/o per coalizioni che li sostengono.

Questa indubbia vittoria della sinistra non significa però che ha vinto la sinistra così com’è attualmente strutturata: non è vero che ha vinto SEL, non è vero che ha vinto il PD, non è vero che ha vintola Federazione della sinistra, non è vero che ha vinto l’Italia dei valori ecc.

Perché? Anzitutto perché emerge il dato che ogni città è un caso a sé stante: segno che ci sono ampi spazi di manovra per tutti i cittadini e per la creatività (finalmente!). Il centro dei partiti (Roma e le capitali regionali) sono finalmente (e non senza attriti) messe al servizio della periferia. Ma al tempo stesso è chiaro che manca un quadro generale di riferimento, perché questo quadro è in forte movimento: le attuali forze politiche stanno cambiando e saranno costrette a cambiare. E non hanno le idee chiarissime, anche perché le spinte internazionali (tendenti a limitare la nostra sovranità) oggi sono potentissime.

Per ciascuna di queste forze politiche potremmo fare un elenco preciso di “punti a favore” e di punti “contro”, città per città, regione per regione. Mi limito ad alcuni fatti, con rimando a qualche intervento e discorso facilmente reperibile sul web.

A – Il Pd è stato scavalcato dai referendum, perché essi danno indicazioni politiche ed economiche contrarie alle direttive che per tanto tempo hanno caratterizzato il PD. Al tempo stesso, il Pd è stato intelligente a capire che moltissimi militanti del Pd era a favore dei referendum (rimando all’intervista di Concita, appena defenestrata da “l’Unità”). Al tempo stesso il Pd si è rafforzato in molte realtà e si candida come la più forte forza di opposizione e domani di governo. Ma sarebbe una scorciatoia funesta pensare di “approfittare” dei referendum per riproporre antiche logiche (basti rilevare, a riprova di questa funesta antica logica, che invece che discutere di come organizzare produzione ed erogazione di un bene pubblico come l’acqua o di politica energetica, si parla di fine del berlusconismo, di sondaggi elettorali ecc. ecc.): basta poco a far cadere un governo di centro-sinistra, come ben sappiamo.

B – Vendola ha vinto a Milano, ma subito da Milano gli hanno fatto capire che ora è da lì che forse si muove il nuovo (e certo non è bello vedere che gli assessori Sel sono stati designati, come dire, con logiche un poco personalistiche). Vendola giustamente non vuol fare un partito (anche perché dovrebbe contare su un personale politico bertinottiano oggettivamente sconfitto), ma non può limitarsi a fare un movimento, pena il ricadere nella vecchia logica del leaderismo (o populismo o peggio ancora), vecchia malattia del movimento operaio italiano e mondiale (rimando all’intervento di Claudio Fava e ai diversi testi che su Vendola sono apparsi sul “Ponte” degli ultimi mesi). Vendola gioca comunque giustamente a tutto campo, anche aprendosi alla borghesia di centro: perché è chiaro che in periodo di crisi come questo anche la borghesia di centro ha bisogno di una forte e decisa azione della collettività. Le migliori stagioni della storia italiana sono sempre state all’insegna dell’alleanza tra borghesia illuminata e movimento dei lavoratori. Questo il Pd ancora non l’ha capito a fondo: ci si allea tra distinti, cioè tra movimenti dalle forti identità (sinistra e centro): altrimenti si preferisce chi ci assomiglia (al posto di un quasi-Belrusconi, voto Berlusconi).

C –  Federazione della sinistra: con Vendola lentamente stanno capendo che forse bisogna uscire dal vetero classismo (hanno subito una scissione a sinistra!) e bisogna ragionare per costruire un forte partito socialdemocratico. Forse queste elezioni spingeranno Sel e Fed a rimettersi in gioco (rimando a intervista di Vendola e varie di Ferrero): ma il gioco ha un senso solo se il movimento concerne anche altri soggetti, partitici e non. Risposarsi dopo un divorzio è demenziale, come, in fondo, anche lo stesso divorziare e riproporre antiche e assurde logiche, o veti ecc.

D – L’Italia dei valori oggettivamente vince sui referendum (l’antiberlusconismo è roba sua, e non del PD: l’Italia dei valori cerca per davvero un dialogo con i lavoratori, sul campo), ma al tempo stesso, come Sel, è vittima del leaderismo, non riuscendo a costruire un partito organico o comunque un’affidabile macchina politica.

E – Del “grillismo” non parlo, anche perché richiama le medesime logiche del populismo fin qui affrontate. Certo che rimproverargli di esistere è curiosissima logica, non solo politica.

Concludendo: vince la sinistra, che però ancora è in mezzo al guado, cioè non è riuscita a superare il difficile trapasso costituito dalla vittoria di Berlusconi e dalla crisi economica mondiale. Due fatti, questi, che hanno posto fine al cosiddetto liberismo di sinistra, cioè alla stagione dell’Ulivo. Che non fu solo una formula politica, ma anche una precisa visione del mondo e una precisa politica economica. E ora che i tempi impongono la costruzione di una nuova visione del mondo e di una nuova politica economica, che sappia riallacciarsi alla migliore tradizione della sinistra (giustizia sociale, politica industriale, pluralismo, complementarietà Stato-mercato ecc.; per sinistra intendo anche dossettismo & Co) anche fortemente innovando, essa (la varia sinistra) stenta non solo a ritrovare le idee , ma anche a trovare le nuove forme organizzative adatte allo scopo, e quindi, anche le nuove formule politiche.

La sinistra è in mezzo al guado anche perché molto evidenti e forti sono le tensioni internazionali scatenate dalla crisi. Una neo politica liberista in Italia sarebbe il viatico di un nuovo, decisissimo svuotamento della nostra sovranità, cioè della nostra capacità culturale e industriale. Di questo bisogna avere piena consapevolezza: non si tratta di antiamericanismo; si tratta di capire quali sono le forze in campo.

Il centro-destra è in fortissima crisi, non c’è dubbio alcuno: è una crisi di egemonia, più che politica in senso stretto. Anzitutto c’è la crisi del berlusconismo; e poi quella della Lega; ma più che su questo aspetto, vorrei porre l’accento sui problemi internazionali che ci riguardano: la crisi della destra può rappresentare un rinnovato attacco alla nostra sovranità nazionale: la crisi libica lo dimostra chiaramente ma, fatto ancora più importante, sono le vicende del debito pubblico e del fisco a costituirne il banco di prova. Ripeto una volta di più: non vorrei che per fare il “lavoro sporco” (una paurosa manovra finanziaria che grava anzitutto sul lavoro e su chi, anche non lavoratore dipendente, le tasse le paga da sempre) venisse riesumato il centro-sinistra.

Lasciare che la protezione della produzione italiana (da quella culturale a quella industriale) sia lasciata al nazionalismo nostrano da burletta (Berlusconi più Lega, Gelmini più Calderoli) significa commettere un errore storico madornale: si salveranno probabilmente dei ceti politici ed alcuni gruppi industriali e finanziari (si salveranno interessi particolari; ripeto: ora la borghesia italiana cerca appoggi, un po’ presupponendo di sopravvivere comunque, un po’ perché sa che da sola non regge all’urto delle più forti borghesie mondiali): ma si perderà, definitivamente,la Nazione. Lasciare a Tremonti la difesa (più sbandierata che realizzata) dell’italianità delle imprese, o alla Lega il pacifismo (xenofobo) o l’idea della regolamentazione dei mercati e delle quote di produzione, lasciare a Bossi il tema del fisco e del debito, o, peggio ancora, lasciarlo nelle mani di Moody’s e degli speculatori internazionali, lasciare campo libero alla speculazione edilizia preparando il terreno alla futura, prevedibilissima “bolla” italiana (con epicentro Milano), o rimettere il futuro del nostro paese nelle mani della sola Guardia di finanza (la lotta all’evasione) o della Banca d’Italia (ma l’Italia può contribuire a salvarela Grecia, stante i nostri guai? e se questo accadrà, come probabile, qual è il suo significato?), fare tutto questo significherebbe abdicare al compito storico a cui oggi la sinistra è chiamata ad adempiere.

Come indicano i referendum e le elezioni amministrative, è giunto il momento di mettere in campo nuove e forti idee di politica industriale, di politica sociale e di politica fiscale, avendo a fondo capito che l’ideologia liberista è l’ideologia che viene utilizzata per smantellare l’indipendenza e l’identità dei popoli che non siano quelli americani, inglesi, francesi o tedeschi. I quali tutto applicano, fuorché politiche liberiste. Oggi la Germaniaforse (FMI permettendo, visto che è ritornata in mani neo-liberiste americane) salveràla Grecia, perché altrimenti rischierebbe di fallire anch’essa: ma in cambio pretende chela Grecia svenda completamente la propria ricchezza, di lavoro e di risorse naturali.

La sinistra italiana ha dimostrato coraggio (forse peggio: spregiudicatezza e servilismo) e machiavellismo in ambito internazionale, dopo il crollo del Muro di Berlino: è ora che sappia dar prova di sé anche in ambito industriale, sociale e fiscale (ma secondo giustizia: sociale e territoriale); è ora che sappia uscire dalle strettoie del secolo breve, tutto imperniato su macchine politiche “belliche” assai poco propense al lavoro di “pubblico servizio”, di cui oggi, invece, si sente disperatamente il bisogno. Fare il contrario, significherebbe, un volta ancora (ricordate? bicamerale, prima scissione di Rifondazione, Veltroni ecc. ecc.), resuscitare una destra politicamente e socialmente morta e sepolta. [Luca Michelini]

 

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