La “coalizione sociale” di Landini

Ho assistito, a Como, all’assemblea organizzata dalla Fiom il 16 marzo per lanciare e organizzare la cosiddetta “coalizione sociale”. I lavori hanno visto la partecipazione di un delegato sindacale, dei segretari regionale e provinciale della Fiom, di uno studente in rappresentazione dell’Uds, di un rappresentante della Cgil provinciale (politicamente significativa l’assenza del segretario provinciale della Cgil), di un rappresentate di Libera e di Pizzinato, lo storico leader della Cgil e del Pci, ora presidente onorario dell’Anpi della Lombardia. Landini ha quindi chiuso l’assemblea con un lungo e appassionato discorso.

Il discorso di Pizzinato è stato utile e concreto. Ricordando le tappe fondamentali delle conquiste sindacali, Pizzinato ha voluto rimarcare come le forme dell’organizzazione sindacale siano parte costitutiva del processo democratico codificato dalla Costituzione e che queste forme sono riuscite a conquistare diritti fondamentali solo quando, partendo dal basso, cioè dall’esperienza diretta dei lavoratori in fabbrica, sono riuscite a costruire contrattualmente l’unità del mondo del lavoro adeguandosi alle trasformazioni sociali e tecniche conosciute di volta in volta dal mondo della produzione. Esempi: di fronte alla polverizzazione del mondo dell’impresa fordista (a Senso San Giovanni, dalle grandi imprese si è passati a realtà produttive di circa 15 unità) e alla pletora di contratti presenti in una stessa azienda; stante il ritorno a forme arcaiche di condizioni di lavoro promosse dal Job Act ed ad un mondo del lavoro scientemente segmentato (subappalti a cooperative di lavoro, lavoro femminile ecc.): ebbene, stante questa condizione di fatto del mondo del lavoro, che riporta l’Italia agli anni cinquanta, secondo l’anziano leader sindacale si deve tentare di passare, da un lato, ad un contratto unico dell’industria per le grandi realtà produttive e, dall’altro lato, ad un contratto “di distretto territoriale” per tutte le altre realtà produttive. Netto il giudizio su Renzi e il PD: il Job Act è uno snaturamento della Carta costituzionale anche nel metodo della sua approvazione: le leggi, infatti, dovrebbero essere opera del Parlamento e non del Governo e i decreti legislativi del Governo devono accogliere le osservazioni delle commissioni parlamentari. Mi permetto di aggiungere che la firma, senza colpo ferire e commenti, del Job Act da parte del Presidente della Repubblica non fa ben sperare sul suo profilo politico futuro.

Landini approfondisce questa linea di pensiero: l’obiettivo è quello di ricostruire l’unità del mondo del lavoro, unico strumento per rivendicare e raggiungere uniformità ed estensione dei diritti. Il giudizio sulla politica giuslavoristica di Renzi è senza appello: non solo il dualismo tra protetti e non protetti porterà gradualmente ma inesorabilmente alla scomparsa dei primi, ma viene negato alla radice lo Statuto dei lavoratori e la possibilità stessa dell’esistenza del sindacato nella sua essenza più fondamentale, cioè come strumento e diritto di coalizione dei lavoratori per rivendicare ulteriori diritti e migliorare le condizioni di lavoro e di esistenza. La politica di Renzi è quella di Confindustria e, prim’ancora, quella della Fiat, che mira ad arrivare, come da tradizione, al “sindacato giallo”. Sul piano sindacale la strategia di Landini è lucida e ambiziosa: stante il dualismo che il Job Act introduce (protetti e non protetti) si tratta di tentare di estendere le protezioni avviando una stagione di lotte. Sul piano politico lo scopo è quello di attaccare la nuova legislazione vuoi via referendum, vuoi promuovendo un nuovo Statuto dei lavoratori, come proposto dall’intera Cgil, anche con iniziativa di legge. Nessun partito all’orizzonte, dunque, ma definizione di una strategia di riunificazione del lavoro che travalica il mondo dell’azienda e che mira a ridefinire il ruolo del sindacato. Si tratta di costruire una serie di alleanze sociali con tutti quei soggetti che ritengono i diritti del lavoro la pietra costitutiva e imprescindibile della democrazia. La presa di distanze dal “leaderismo” che contraddistingue la politica di oggi è netta e Landini rivendica il fatto che la “coalizione sociale” è un percorso nato dal basso e portato avanti da tempo dall’intera Fiom.

Per quale motivo i media danno tanto risalto a Landini? Come afferma Landini, perché le classi oggi dominanti, di cui il PD è espressione di governo, temono la partecipazione e temono che l’immenso partito dei non votanti finalmente ritrovi una solida rappresentanza politica. L’insistenza con la quale si accusa Landini di “fare politica e non sindacato” è pretestuosa: come non capire che le condizioni di lavoro aziendali non sono che un riflesso anche delle condizioni ambientali nelle quali l’azienda opera? Non c’è forse voluto l’intervento del Governo e l’istituzione di una legge per modificare radicalmente le condizioni di lavoro aziendali? Non è forse stato un intervento esterno, frutto di un ben meditato disegno di una organizzazione inter-aziendale come Confindustria, per rottamare, tendenzialmente e definitivamente, il contratto nazionale?

Ma c’è di più: l’accusa “Landini fa politica” segnala che le classi dominanti hanno paura dell’unica forma organizzata rimasta in grado di dare una coscienza politica e unitaria al lavoro, appunto il sindacato. Dal palco si è ricordato come l’iper sfruttamento del lavoro si compia grazie alle cooperative; e come non ricordare che c’è voluto un ministro di Lega-coop per varare il Job Act? Il mondo della cooperazione, insomma, appare ormai totalmente fagocitato dalla logica del profitto. E i partiti? Ciò che vediamo sotto i nostri occhi – è stato rimarcato nei lavori – dimostra come essi non contengano nemmeno più un briciolo di rappresentanza del lavoro e si è dovuto aspettare il PD di Renzi per veder realizzato il programma della destra berlusconiana e di Confindustria.

Dunque la Fiom rappresenta un pericolo in quanto ultima forma organizzata e antagonista del lavoro. Ciò significa che tenteranno in tutti i modi di tagliare le gambe a quest’ultimo residuo di organizzazione. Come? Ecco l’importanza dell’accusa di “fare politica e non sindacato”. E’ azzardato e irrispettoso pensare che si tenterà di spingere l’organizzazione “madre” (che poi storicamente è “figlia”), il sindacato della Camusso, a liquidare questa nuova esperienza, tagliandole le gambe dall’interno, proprio in nome dell’antipolitica? Lo scontro sarà aspro, se scontro sarà; non sono mancate, del resto, le stoccate di Landini, che ha lamentato l’assenza di regole sulla rappresentanza sindacale e l’assenza di un reale e continuo rapporto con i lavoratori da parte della Cgil. Che lo scontro potrebbe essere aspro lo dimostra anche il fatto che il sistema partitico e aziendale vigente (con la complicità di qualche sigla sindacale) ovviamente non rinuncerà a fare attorno alla Fiom terra bruciata, giustificando (in un modo o nell’altro) e promuovendo tutte le ben conosciute forme di discriminazione antisidacale sperimentate dal capitalismo italiano e opportunamente ricordate, per importanza anche quantitativa (oltre 500mila licenziamenti negli anni sessanta-settanta), da Pizzinato.

La Fiom e i temi sindacali dell’industra potrebbero apparire residuali nel panorama di oggi. E invece non lo sono affatto. Anzitutto a causa del processo di proletarizzazione (e probabilmente di sotto-proletarizzazione, vista la crescente disoccupazione tecnologica) di larghi strati di popolazione usciti da quella condizione da una o due generazioni. In secondo luogo perché quanto sperimentato a livello industriale è essenziale per comprendere ciò che si vuole sperimentare ad ogni livello, cioè nel pubblico impiego, nelle scuole, nelle università, in ogni ambito sociale e lavorativo: segmentare il mercato del lavoro rompendone, in ogni modo – contrattuale, “meritocratico”, politico, morale, sindacale, etnico, regionale ecc. –, l’unità ed inoculando ed esasperando forme di concorrenza interindividuale fra i lavoratori. Come ha ricordato più volte Landini, è l’individuo in concorrenza con ogni altro individuo che si vuole porre al centro della società. In terzo luogo perché si dovrebbe essere consapevoli che uno dei perni imprescindibili della moderna liberal-democrazia è il movimento dei lavoratori. Non è dunque un caso che le riforme istituzionali antidemocratiche del PD di Renzi – legge elettorale, riforma del Senato, Province di nominati – facciano il paio con il Job Act. Infine: vorrei ricordare che la Fiom rappresenta i lavoratori dell’industria metalmeccanica, cioè di uno dei settori fondamentali dell’economia che produce reale ricchezza.

Si possono dunque comprendere le cautele e le insistenze di Landini nell’affermare che il suo progetto vuole rimanere nei limiti del sindacato: fuori dal sindacato ogni tentativo di ricomposizione del lavoro e della società rimane, oggi, di fatto, senza basi organizzative. Rimane tuttavia esasperante questa enorme e condivisa titubanza nell’affrontare di petto il problema della politica. Storicamente, se è vero che il sindacato è intrinsecamente politico è anche vero che il tema politico deve diventare un problema in sé e per sé. L’Italia del lavoro sembra davvero terrorizzata dal tema del “partito”. Certo, vi sono precise ragioni storiche che spiegano questo atteggiamento: il fallimento del socialismo reale è in buona parte il fallimento di un modello di organizzazione partitica della società; la storia partitica italiana è fatta di clientelismo, malaffare, verticismo, impreparazione, pressappochismo, arrivismo e quant’altro. Infine: come dar torto a Rodotà che insiste nel sottolineare che non è possibile far perno sui residui o nuovi partiti(ni) oggi esistenti, ostinatamente prigionieri di logiche da condominio. Tuttavia, una volta che si voglia travalicare l’orizzonte dell’azienda la strada è obbligata. E non si può dimenticare che l’esperienza della democrazia italiana è stata in primo luogo organizzata dai partiti. Appaiono, insomma, autolesioniste scorciatoie quelle che hanno teso a non affrontare seriamente il tema “partito”. Rifondazione ha fatto la fine che ha fatto anche perché ha deliberatamente rinunciato a creare un partito ed una classe dirigente, preferendo il modello imperniato sul “caudillo”, modello poi riproposto da Sel e da tutto il pulviscolo politico che continuamente rinasce a sinistra, sempre terrorizzato dal partitismo e sempre venato da anarchismo. Anche M5S è caduto nello stesso errore: poiché la politica vuole necessariamente organizzazione, non porsi il problema del partito ha significato instaurare un modello verticistico e proprietario, opaco, clandestino, spesso incapace di agire e di incidere. E che dire del Pd e di tutti gli altri? Il “decisionismo” fa perno sul partito concepito come “comitato elettorale”, come “cerchio magico del leader”, come “cabine di regia” infarcite di “consulenti”: e si tratta di un modello che è stato del tutto funzionale alla destrutturazione della democrazia politica e sociale del Paese.

E’ evidente che da “esterno” non tutto è comprensibile del modo d’agire di Landini e della Fiom e tanta prudenza avrà probabilmente le sue ragioni, che ho provato ad indicare. Ho comunque avuto l’impressione che Landini abbia effettive qualità umane e politiche e che la Fiom sia riuscita ad esprime un dirigente vero, cioè una persona e, mi immagino e auspico, un gruppo dirigente, che la leadership l’hanno conquistata sul campo, anno dopo anno, battaglia dopo battaglia, cercando di trovare un nesso coerente tra teoria e prassi, dalla prima alla seconda e dalla seconda alla prima. Mi pare, inoltre, che la Fiom sia convinta di avere una certa forza sul piano sociale. L’idea di portare l’organizzazione del lavoro anzitutto sul piano sociale e poi, o comunque parallelamente anche sul piano politico, cercando interlocutori nei partiti esistenti e solo e forse in ultima istanza ponendosi il problema politico e partitico in sé, potrebbe fare uscire dalle secche attuali dell’elettoralismo. Viviamo, infatti, un tempo in cui le elezioni sono diventate l’unico e vero momento organizzativo della politica. In un periodo di acutissima crisi vi sono immensi spazi da percorrere, sol che si abbiano idee chiare e forza organizzativa.

Ma se questa è la strada che, prudentemente e per non bruciarsi gli unici strumenti d’azione rimasti, si vuole percorrere, allora che una idea precisa e strutturata di organizzazione sociale “anticiclica” – nuove forme di mutualismo, di assistenza alla disoccupazione, squadre di lavoro, di fruizione di diritti o di rimozione di ostacoli economico-sociali al loro godimento – venga proposta al più presto. La politica e la vita reale hanno tempi che non sono quelli di una organizzazione sindacale e viviamo tempi in cui rivoluzionaria, “radicale”, appare la strutturazione di una azione “anticiclica”. Come ai tempi del “cartismo”, insomma. [Luca Michelini da Democrazia economica]

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