Non contro Lucini, contro chi lo vuole sacrificare

micheliniluciniMolti hanno letto nel duro contrasto alle politiche della giunta comasca [al Processo alle paratie, vedi video] un attacco al sindaco Mario Lucini. La critica più che verso il sindaco è contro le forze politiche che lo sostengono ed il pd in particolare che sarebbe pronto a sacrificarlo come capro espiatorio del disastro che esse stesse hanno determinato:  «Sacrificando Lucini queste forze riproporranno, identico, il meccanismo che è all’origine del fallimento di questa giunta». 

«Lucini: no a capri espiatori

L’avrò scritto decine di volte: ho votato Lucini e ne apprezzo la coerenza politica, che credo possa essere ascritta ad una delle migliori tradizioni politiche italiane, quella del cattolicesimo democratico, che, per altro, non è la mia tradizione.

La stima non mi ha impedito di esercitare la mia libertà di analisi e anche di critica. Ho seguito passo passo la politica della giunta Lucini ed ho cercato di mettere a fuoco, con analisi appropriate, le criticità a cui andava incontro.

E penso di aver fatto molto più per questa giunta proprio agendo in questo modo, cioè esercitando libertà di analisi di pensiero e di parola, piuttosto che aderendovi fideisticamente e acriticamente, come molti sedicenti supporters di Lucini.

Gli yes-man non servono proprio a nulla, ed anzi sono nocivi. Il caso delle paratie è in proposito paradigmatico. Lucini ha risposto alle mie critiche osservando che nessuno in Consiglio Comunale, in giunta e in amministrazione hanno mai avuto nulla da ridire sulle paratie. Appunto!! Segno che il meccanismo che ha presieduto alle decisione, era un meccanismo fallace. E’ un dato di fatto.

Nel mio intervento a “Processo alle paratie”, organizzato da ecoinformazioni, mi sono sforzato di dimostrare che la reale partecipazione, che poi è reale discussione informata e reale dialettica tra i poteri, sono funzionali all’efficienza e al dinamismo della politica.

Le mie critiche, dunque, non sono rivolte al Sindaco sul piano personale, anche se mi rendo conto che sia comodo vederle così, al fine di non affrontare le critiche nel merito. Le mie critiche sono rivolte al modo di intendere il governo proprio di tutte, proprio tutte le forze politiche che hanno sostenuto Lucini, anche se le risponsabilità vanno distribuite secondo la forza elettorale che esse hanno. Inutile nascondersi che i deboli sono stati subordinati ai forti, in questo caso al PD.

Naturalmente, le mie critiche sono rivolte politicamente anche a Lucini, che non ha saputo interpretare al meglio gli spazi politici, immensi, che gli si aprivano in qualità di sindaco subito dopo la vittoria elettorale: cioè Lucini ha rinunciato a sviluppare una politica autonoma, anche emancipandosi da quel settore del PD a cui deve la sua candidatura a sindaco. E’ rimasto stritolato dal meccanismo politico che lo ha scelto come candidato.

Mi preme ribadire questo concetto, perché già si intuisce che Lucini sarà probabilmente sacrificato proprio, e anzitutto, dalle forze politiche che lo hanno sostenuto. Sacrificando Lucini queste forze riproporranno, identico, il meccanismo che è all’origine del fallimento di questa giunta. Si cambieranno gli uomini, stritolandoli questa volta sì, sul piano personale, ma i meccanismi saranno identici. E identico sarà il fallimento politico. Esattamente come accade a livello nazionale.

Vediamo i segnali di questa politica che ostinatamente tende all’arroccamento oligarchico, all’inefficienza, alla irresponsabilità, per promuovere politiche che stanno mettendo in ginocchio il Paese.

Leggo che Luca Gaffuri ora sostiene che l’opera va fermata. Come se il consigliere regionale non fosse parte organica, se non il pivot, dello schieramento che ha lanciato e sostenuto Lucini, paratie comprese.

Vedo che il PD comasco ha cambiato la segreteria pensando a cementare la corrente “lettiana”, diciamo così, che poi è quella di Gaffuri. Senza la minima discussione politica riguardante il governo della città.

Vedo che il PD comasco ha ben due deputati che, nonostante abbiano una tradizione “bersaniana”, hanno seguito pedissequamente e in modo trasformistico le direttive di Renzi, volte a stravolgere la nostra Carta Costituzionale, per promuovere istituzioni dispotiche, pasticciate, inefficienti, ancora peggiori di quelle concepite da Berlusconi. I deputati comaschi cercano sponda a Roma sulle paratie, riproponendo la logica delle “grandi opere”, che è in sé dannosa sul piano economico e sociale. Guarda caso, promuovono anche operte stradali, oggi senza senso sul piano dell’economia industriale e del benessere generale, sol che il Governo centrale avesse in mente un piano strategico nazionale. Anche dalla “minoranza” comasca del PD (che a livello nazinale è maggioranza), nessuna discussione reale sui meccanismi della decisione politica. Che concepiscono proprio come Renzi: si “rottamano” le persone, i “gruppi” scalano il potere scalzando altri “gruppi”, ma non si cambiano le politiche.

Vedo l’estremo impaccio dei militanti del PD nell’affrontare la discussione, nel merito e nel metodo. Non sono in grado di analizzare i problemi economico-politici e non sanno ascoltare le critiche, azzittiscono il dissenso. Ripropongono, cioè, il peggio della tradizione della sinistra italiana, abituata per decenni a “seguire la linea” dei vertici, se non ad ammirare “il capo”, abituare a considerare chi dissente, un “dissidente”. Con i risultati che tutti conoscono. Dopo qualche lacrima spesa su Lucini, e magari senza rinunciare a talune posizioni che devono proprio a lui, li percepisco già pronti a seguire il prossimo leader, designato per cooptazione, dall’alto, all’interno di “gruppi” che non si occupano del reale andamento del Paese e della città.

Vedo che le grandi associazioni di categoria presenti in città – sindacati, confindustria, artigiani, cooperative, ecc. – rinunciano a proporre una discussione sulla città, anche considerata nel contesto regionale e nazionale. Como è ancora una città manifatturiera, ma sulla “città manifatturiera” come modello di sviluppo nulla hanno da dire. Nessuna riflessione sul rapporto città/territorio. Aspettano, anche loro, il cambio della guardia e intanto si occupano degli “affari interni” delle loro rispettive organizzazioni, cercandosi di posizionarsi al meglio in vista del cambio della guardia, magari sperando che tocchi proprio a uno di loro.

Potrei continuare con gli esempi. Mi fermo. Mi fermo per dire che trovare un capro espiatorio è il modo più semplice per non affrontare i problemi reali della città. Ma anche questa è una precisa scelta politica». [Luca Michelini, per ecoinformazioni]

[Foto Marisa Bacchin, ecoinformazioni]

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