Fascismo sociale? No: il solito squadrismo

L’irruzione dei neo-fascisti ai danni di un pacifico comitato comasco può essere commentata anche per il comunicato ideologico-programmatico che l’ha accompagnata. Il collegamento tra idee e azione credo infatti sia utile per capire il fenomeno in questione.

  • Il fascismo di riferimento di questi squadristi è quello “sociale”: si tratta di un preciso richiamo all’esperienza della Repubblica di Salò, cioè quello pseudo-Stato che il nazismo di Hitler utilizzò per combattere sia gli Alleati, che stavano risalendo l’Italia, sia la Resistenza armata, sorta dopo la disfatta militare e l’8 settembre.

In che cosa consisterebbe il connotato “sociale” di questo fascismo? Se diamo un’occhiata al sito del gruppo neo-fascista, vediamo campeggiare la lotta alla globalizzazione, al mondialismo, all’europeismo liberale, al capitalismo “puro”, cioè quello non mediato da istituzioni e politiche “sociali” volte a debellare i confitti di classe. E vediamo il solito carosello di personaggi storicamente legati all’estrema destra per militanza e per cultura, coinvolti, per tutta Europa, in una giostra di conferenze, commemorazioni, azioni d’assalto e quant’altro.

  • Poiché il gruppo protagonista dell’episodio comasco era formato da giovani, vale la pena ricordare anche a costoro che il fascismo sociale nasce, nella mente dei repubblichini, da un grande “tradimento”: quello operato dalla borghesia italiana nei confronti del fascismo con e dopo l’8 settembre. E’ da questo tradimento che nasce l’dea di socializzare la produzione per punire, appunto, la borghesia traditrice, capace di stare ora con la Resistenza, ora con gli Alleati, dopo aver copiosamente approfittato del fascismo per un lungo ventennio.

Esiste, d’altra parte, un filone anticapitalista nel fascismo, che del resto era radicato fin nelle sue origini: Mussolini, capo dei socialisti rivoluzionari, perfino durante le azioni squadristiche si era lasciato scappare qualche intento “rivoluzionario” che alla borghesia non era affatto piaciuto, e che il nazionalismo si era incaricato di rintuzzare. Fu uno degli economisti più importanti dell’Italia, Pantaleoni, di tradizione liberal-conservatrice e sfegatato fautore dello squadrismo, a scrivere che “la finanza fascista”, che lui voleva quanto più possibile liberista e liberticida, non conteneva nulla di rivoluzionario rispetto all’ordine economico borghese.

  • Naturalmente, se i giovani neofascisti si confrontassero con alcuni degli attuali ideologi della destra, soprattutto di coloro che con la Seconda Repubblica hanno fatto carriera politico-istituzionale, si accorgerebbero ben presto quanto questi intellettuali ridicolizzino i propositi socializzatori, anticapitalistici e antiborghesi del fascismo.

Del vasto sistema economico capitalistico-globalizzato i giovani neo-fascisti colpiscono i più deboli: migranti e associazioni italiane ad essi connessi. Perché questi giovani non hanno fatto irruzione nei santuari del capitale? Perché non cominciare dalla testa del serpente, invece che dalla coda? Perché non prendersela, anzitutto, con i cugini più stretti, cioè con quella destra italiana che, apparentemente mondatasi del neofascismo, pretende di governare la Repubblica? Perché non prendersela con quegli ex-camerati che per venti anni, e ancora adesso, vanno a braccetto con i più fulgidi esponenti del capitale?

Ho il sospetto che a tanto i giovani neofascisti non si azzardino anche perché sarebbero indotti (e quanta fatica, fino ad ora, per trattenersi… ) a tirar fuori l’armamentario antisemita, quello, cioè, della cospirazione ebraica mondiale facente perno sulla finanza internazionale. Mentre in Europa l’antisemitismo è risorto corposo, in Italia ancora siamo agli esordi: anche se la pubblicazione recente di un celebre testo di Hitler penso abbia segnato una svolta.

  • Sul piano politico-paramilitare, la scelta di confrontarsi con i più deboli è molto significativa.

Il fascismo sociale è solo un frasario, come lo fu durante la Repubblica di Salò: un frasario che sottende la vera matrice dello squadrismo: che è sempre stato servo proprio di quel capitale che a parole dice e diceva di voler combattere; e ai liberali che volessero scandalizzarsi alle mie parole ricordo l’articolo di Luigi Einaudi Il silenzio degli industriali, apparso sul “Corsera” prima che venisse fascistizzato. Certo, è un capitale particolare, “territoriale”, per così dire: non è quello internazionale e globalizzato, ma quello che tenta di resistere a questa mondializzazione, aggrappandosi disperatamente, e in forme spesso perverse, allo Stato.

Proponendo la solita reazionaria concezione dello Stato: che non deve essere espressione reale dell’intera società, ma strumento di oppressione, di ferrea gerarchizzazione delle strutture sociali, di soddisfacimento di interessi particolari e personali. Perché integrare l’immigrazione? Questa si auto-ghettizza e per costumi e per religione e senza diritti politici essa costituirà una classe lavoratrice da poter sfruttare come meglio aggrada. Una classe di schiavi deve avere connotati differenti dai padroni, deve essere o diventare una razza differente.

  • Con Marx e con Gramsci verrebbe voglia davvero di dirsi liberisti ultrà. Epperò è anche vero che la loro posizione era quella di rivoluzionari, non di riformisti; ed è anche vero che i loro eredi politici in Italia si sono fatti paladini di una globalizzazione che oggettivamente ha avvitato il Paese in una crisi economico-sociale profondissima, senza per altro mai intaccare per davvero il potere degli avversari, cioè appunto di coloro che nello Stato, che pure a parole vorrebbero combattere per invadenza fiscale, hanno un’arma di dominio fondamentale. Obama ha istituito la sanità pubblica: in Italia, invece, il neo-liberismo progressista è riuscito solamente a smantellare, passo dopo passo, lo stato sociale. Come concepire una politica di immigrazione senza massicci investimenti nella scuola pubblica? Eppure proprio questo è accaduto.

 

  • Può esistere una terza via, oggi da percorrere fino in fondo, pur avendo chiari gli scenari che potrebbero renderla inconcludente: quella di ripartire da una Repubblica in grado di imbrigliare la logica del profitto e del capitalismo. Ma non per cristallizzare in modo autoritario le attuali gerarchie sociali, fondate su profonde diseguaglianze e inefficienze, ma per riprendere il cammino del progresso civile. Si tratta di riproporre una nuova stagione di intervento pubblico nell’economia e nella società in grado di ricostruire la comunità repubblicana, limitando e governando l’apertura di tutti i mercati: dei capitali, delle merci e della forza-lavoro. Già il fatto che dei giovani possano essere stati adescati dalle sirene del fascismo “sociale” è segno che la Repubblica ha bisogno di un repentino risveglio. [Luca Michelini]

Un commento Aggiungi il tuo

  1. ecoinformazioni ha detto:

    L’ha ribloggato su .

    Mi piace

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