La destra di governo e il fascismo

Dei commenti che politici e intellettuali della destra italiana dedicano alle scorribande del neo-fascismo italiano colpisce l’isterismo. La destra di governo condanna queste scorrerie, ma tende a considerarle banali bravate, mentre i problemi italiani sarebbero ben altri. Le condanne lasciano il posto all’invettiva articolata contro l’antifascismo e il suo perno politico-culturale, cioè la sinistra. Per la destra antifascismo significa filocomunismo. Così finisce per condannare tutti gli estremismi, sia di destra che di sinistra. La distinzione dal fascismo alla fine dell’invettiva anti-estremistica rimane come strozzata in gola. Pochi cenni e poi la frase fatidica: “ma comunque tutti hanno il diritto di dire la propria opinione”.

Qual è la radice di questo isterismo? Per rispondere, è necessario rimarcare che la destra di governo ha una difficoltà di fondo. Stenta a compiere una operazione molto semplice: quella di elencare in modo didascalico, didattico, quali siano i punti fondamentali del proprio antifascismo.

E’ però necessario andare più a fondo nell’analisi. Qual è il motivo per cui è così difficile per la destra argomentare il proprio antifascismo?

La difficoltà risiede nel fatto che destra di governo e fascismohanno un punto in comune: l’inizio.E questo inizio sono le ragioni della reazione. Destra di governo e fascismo, in altri termini, negano alla radice che sia possibile un salto di sistema socio-economico e sono per “l’ordine costituito”.

Sarebbe però imprudente ritenere che questa negazione riguardi le sue forme: non è tanto contro la rivoluzione, e dunque contro la violenza rivoluzionaria, che i reazionari si oppongono. Prim’ancora che ai rivoluzionari essi si oppongono in modo frontale, radicale, fino ad arrivare appunto alla violenza squadristica, al cambio di sistema in via pacifica, graduale, riformista.Non è con Antonio Gramsci che polemizzavano i nazional-fascisti nei primi anni Venti: era con Filippo Turati. Non erano gli estremisti dell’Ordine Nuovo di Torino, cioè coloro che tentavano di esportare in Italia il movimento dei Soviet, gli intellettuali da prendere di mira. Anzi, essi esasperavano opportunamente lo scontro, creando i presupposti per “lo stato d’eccezione”, per le “leggi speciali”, appunto per la reazione. Gli obiettivi polemici della destra erano invece i dirigenti di quel movimento socialista che, in un quarantennio di durissime lotte (dal 1882 al 1920), avevano contribuito, trovando sponda in una parte (minoritaria) del liberalismo italiano, a tirar fuori l’Italia dall’inciviltà.

Naturalmente il contenuto del “salto di sistema” è cambiato con il tempo, così come la reazione.

Un tempo significava semplicemente la nascita di una Repubblica, la guerra a nobili e monarchi e al potere temporale della chiesa. Il salto venne identificato con l’idea di ripartire la proprietà terriera, che di tutto era frutto tranne che del lavoro o dell’imprenditorialità. Poi fu la volta del diritto di sciopero e dell’organizzazione sindacale. Venne quindi la volta della cooperazione. Poi toccò ai municipi. Poco alla volta si fece strada l’idea di servizio pubblico e dunque il programma di dare cure mediche (sanità) e intellettuali (scuola) indipendentemente dal censo d’appartenenza.Si arrivò all’idea che anche la magistratura dovesse sottrarsi alla logica delle classi dominanti. L’elenco potrebbe continuare a lungo e costituirebbe l’antecedente storico di tutto ciò che ha tentato di codificare in termini di astratti principi programmatici la nostra Costituzione repubblicana.

Ma non mi sottraggo: alla fine tale elenco arriverebbe anche al vero e proprio salto di sistema. Ma attenzione: troppo facile sarebbe intenderlo alla moda dei bolscevichi, cioè nella forma della presa del Palazzo d’Inverno e dell’avvio di un processo di cambiamento di sistema incardinato sulla violenza rivoluzionaria. Troppo facile sarebbe e sarebbe anche pericoloso sul piano argomentativo: perché non è infondato affermare che il bolscevismo fu il portato di una catastrofe ancora maggiore, cioè quella della Prima Guerra Mondiale. Ammesso e non concesso che le categorie care alla destra di governo abbiano una reale capacità euristica, Il “libro nero del comunismo”, insomma, è parte integrante di un libro nero assai più vasto: quello del capitalismo imperialista.

Il salto di sistema a cui alludo è però ben diverso: è quello, infatti, che avrebbe potuto essere il portato naturale delle cose: cioè di una profonda trasformazione che stava subendo l’economia capitalistica. Pervasa, da un lato, da crisi sistemiche sempre più violente e, dall’altro lato, dal connesso accrescimento dell’intervento pubblico nell’economia e nella società. Come dimenticarsi che gran parte dell’intellettualità di destra, financo fascista, e anche quella liberal-democratica anticomunista o acomunista, affrontò, dopo la crisi del ’29, il tema della nascita di un nuovo sistema economico che, per la forza delle cose e non delle ideologie o dei partiti, rappresentava una cesura rispetto al capitalismo liberal-liberista? E’ il salto di sistema che in Italia si prospettava a metà anni ’70 quando il Pci stava per ritornare al governo con la Dc. Non si sarebbe trattato di un governo qualsiasi, ma di un governo che controllava il più vasto e dinamico (almeno in alcune sue componenti) Stato imprenditore dell’Occidente. La Costituzione italiana contiene i principi fondamentali perché un salto di sistema sia possibile e al tempo stesso che con esso vengano mantenute e rafforzate le libertà tipicamente borghesi.

La destra di governo, in generale tutto il pensiero conservatore, non ammette né sul piano teorico né sul piano della pratica di governo, che sia possibile un cambio di sistema. Ed a questo si oppone con ogni mezzo: anche con la reazione. Questo è il punto in comune che ha con il fascismo.

Il fascismo, naturalmente, segue poi la sua strada, che diverge da quella del più vasto mondo della reazione. Gli esempi sono numerosi: i reazionari cattolici ad un certo punto si accorgeranno che il nazismo non ammetteva come razionale il compromesso tentato dal fascismo. Hitler non sopportava alcuna limitazione del proprio potere. Il totalitarismo aspira, come i cattolici, alle coscienze. Non basta obbedire. Bisogna credere e pure sinceramente.I reazionari sono travolti dai fascisti, quando non vi confluiscono. Da strumento, da movimento, i fascisti prima o poi diventano partito e poi regime.

La timidezza della destra di governo nell’affermare un proprio antifascismo risiede in una radice comune che ha proprio con il fascismo: quando verrà il tempo della reazione, la destra avrà bisogno di un braccio armato da utilizzare strumentalmente.

E’ proprio questa ben studiata timidezza che, d’altra parte, segna il destino della destra reazionaria: inevitabilmente travolta da coloro che presume di poter utilizzare.  [Luca Michelini]

[Foto  incursione fascista del 28 novembre, ecoinformazioni]

 

 

 

Un commento Aggiungi il tuo

  1. ecoinformazioni ha detto:

    L’ha ribloggato su .

    Mi piace

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