Qualche riflessione a margine della disfatta del Pd e di Leu

1- Un nutrito gruppo di intellettuali, tra cui numerosi economisti come è moda definire: “critici”, prima delle elezioni aveva perorato la causa presso LEU, cioè presso D’Alema e Bersani, di una svolta in tema di politiche economiche, per superare una volta per sempre le politiche liberiste[1].

Sull’”Huffington post” Fassina sembrava accogliere l’invito e mostrava quanto già andava facendo sul piano culturale[2]. Intanto alcuni osservatori valutavano l’uscita/cacciata della minoranza degli ex dirigenti del PCI dal PD come la fine di una parabola storica: Renzi ha perseguito con impegno il compito di “cancellare nel Pd le tracce di sinistra che ancora erano presenti nel partito ereditato da Bersani”: “Missione compiuta, dunque”[3]. Per chi segue le cronache della politica locale è importante rimarcare come l’osservazione coglie esattamente lo stato d’animo della ex classe dirigente comunista, poi confluita, epurazione dopo epurazione (non dimentichiamolo), nel PD. E questa classe dirigente, o meglio, questa classe politica, è poi quella che ha tentato di dar vita a LEU sul piano organizzativo, dal centro alla periferia, mescolandosi, ma solo sul piano elettorale (secondo la ben nota tradizione “costituente di una sinistra unita e plurale” che non so quante volte abbia miseramente fallito) con una organizzazione come SI, cioè una delle figlie di quella organizzazione – Rifondazione – che per prima si era staccata dalla dirigenza ex-comunista che inseguiva le utopie del liberismo globalizzatore. Tra i due orfani del PCI si è poi situato un liberal democratico – come altro definirlo? – come Civati, capace di sfornare una quantità notevole di libri nel giro di qualche anno.

2 – E’ davvero singolare che numerosi intellettuali si siano dimenticati che proprio D’Alema e Bersani sono all’origine della svolta neo-liberista del maggiore partito della sinistra italiana. E’ davvero singolare che si sia preso come una sorta di manifesto programmatico capace di far cambiare il mondo, quel fantasma di articoletto in cui D’Alema dalle pagine della sua rivista “Italianieuropei” ha riscoperto, a denti stretti, la classica socialdemocrazia[4]. Non sarà elegante scriverlo, però rimando i lettori distratti, o meglio, i dottrinari, ad una ricerca, ti taglio etico-civile, che ho pubblicato nel 2008: nella quale, dopo aver passato in rassegna le truppe del “liberismo di sinistra” italiano, tra cui campeggiava il duo D’Alema-Padoan – sì, proprio il ministro… di Renzi e di Gentiloni! –, mi illudevo che la Grande Grisi del 2007/2008 segnasse la fine, in Italia, della stagione della cd. “Terza via” à là Blair: il quale, a proposito di nostalgie uliviste, era osannato… da Prodi[5].

Questa illusione era la misura esatta del carattere etico-civile del mio studio: perché speravo che i cambiamenti strutturali – la crisi, l’acuirsi del classismo (che oggi per essere politicamente corretti si chiama diseguaglianza) e della politica di potenza degli Stati – potessero avere ricadute immediate almeno su una parte della sovrastruttura: quella cioè legata alle logiche della politica e della riflessione critica. L’ideologia e la politica, invece, per mutare velocemente, cioè per tenere il passo dei meccanismi della globalizzazione, hanno bisogno di eventi traumatici: non parlo degli “ideologi”, che possono mutar di visione e d’analisi ed aver crisi di coscienza a seconda della committenza; parlo dell’ideologia degli elettori e di tutti le persone che compongono l’ossatura della nostra società, ad ogni livello istituzionale, pubblico o privato che sia. Gli interessi corrono molto più veloci delle derivazioni, per usare il linguaggio di Pareto. Ed alla fine, comunque, la società reagisce: come certifica il risultato delle elezioni del 2018, dove hanno vito, nell’ordine M5S e Lega, partiti che vogliono porre un argine agli effetti devastanti della globalizzazione. Il voto è diventato finalmente volatile, si potrebbe chiosare: con tutte le incertezze e i rischi che comporta; che comunque sono sicuramente inferiori a quelli del prevalere del liberismo di sinistra o dell’interesse privato che si camuffa da interesse pubblico; e che comunque – lo scrivo a futura memoria – sono un risultato diretto delle devastanti politiche liberiste.

3 – Un discorso a parte meriterebbero le illusioni che si fanno molti economisti che si votano alla politica economica e all’impegno civile. Parlo anche di coloro che si amano definire “economisti critici”, cioè di coloro che ritengono di avere un bagaglio teorico che li immunizzi dalle illusioni del liberismo ultrà. Poiché nel curriculum dell’economista contemporaneo semplicemente è scomparsa ogni traccia di conoscenza storica, pensa che le ricette di politica economia siano appunto un fatto da “tecnici” e la società un laboratorio in cui sperimentare ogni sorta di cose. Indipendentemente dalle scuole d’appartenenza, li si potrebbe definirli dottrinari o dogmatici. Sono dei settari: cioè incapaci di misurarsi con la realtà delle cose, che poi è la realtà di milioni e milioni di esseri viventi con i quali le regole della democrazia politica e del cambiamento sociale devono fare inesorabilmente i conti. I consulenti risolvono con qualche formuletta la vita di milioni di persone, come se si trattasse per davvero di numeri.

L’illusione più interessante da studiare è però quella di coloro che, dal vertice ovviamente, hanno dato vita a LEU. Come classe politica è davvero imperdonabile: ha consegnato il PD ad un estraneo, che ora che ha il partito contro ha però i parlamentari a favore e si creerà il proprio raggruppamento e vedremo se non appoggerà la destra, onde rafforzare ancora una volta… Berlusconi; ha reciso alla radice ogni ramoscello sul quale sedeva, dimenticandosi che doveva tutta la propria ascesa proprio al vecchio PCI (ed alla enorme struttura organizzativa che, direttamente e indirettamente, lo alimentava); ha trattato come un mero strumento la cultura, cambiando riferimenti ad ogni opportunità politica del caso e dando un contributo importante alla mortificazione di tutto il comporto culturale del Paese (scuola di ogni grado incluso: ci si è dimenticati di come entrarono nei ranghi dei dipendenti statali gli insegnanti di religione?). Si è inchinata, insomma, al vento del liberismo e della politica di potenza (ricordiamo l’umiliazione subita in Libia?) senza mai esprimere un tentativo alternativo: semplicemente facendo gradualmente, così da non suscitare troppa opposizione, e utilizzando tutti gli organismi sociali del caso (il sindacato, p.es., quasi totalmente piddizzato) ciò che in altri Paesi si fa brutalmente. Missione compiuta, dunque, piuttosto che illusione. In effetti il cambiamento della minoranza del PD è diventato urgente quando hanno capito che in Parlamento non ci sarebbero entrati. L’illusione era che un partito della borghesia illuminata potesse ancora aver bisogno di una cetualità politica a sé estranea.

4 – Ora vedremo se la missione è davvero compiuta. Se cioè è nato, alla fine, un partito della borghesia illuminata. Alla disperata ricerca di una borghesia che nel nostro Paese pare non esserci mai stata, cioè è stata sempre minoritaria, la sinistra italiana si è data da fare per costruirla: sul piano economico e sociale, anzitutto, appunto tramite una sistematica azione liberista volta a privatizzare il possibile e a liberalizzare il mercato dei capitali e della forza-lavoro. E sarebbe opportuno ricordarsi dello scontro tra il Presidente del Consiglio D’Alema e Cofferati: ché di abolizione dell’articolo diciotto negli eredi del PCI se ne parla dagli anni novanta, prima che i suoi teorici passassero poi ad altre forze politiche, come a segnare la direzione di marcia.

Per un certo periodo questa azione modernizzatrice si è tradotta in un tentativo di sgretolamento dall’interno di Forza Italia, attraendone nell’orbita di governo diversi spezzoni. Iniziò questo tentativo (di dialogo) proprio D’Alema, come ci si potrebbe ricordare aprendo uno degli ultimi libri dei critici più taglienti di questa fase, l’economista non marxista P. Sylos Labini. Monti è stato probabilmente il tentativo più alto di questa fase: non dimentichiamo che ha messo una patrimoniale – per inciso: che ha ammazzato il mercato immobiliare e l’industria connessa: segno che la patrimoniale ha un segno diverso se fatta a favore dei mercati internazionali o a favore della comunità nazionale – e che solo con la legge Severino si è imposto un argine allo strapotere di Berlusconi.

Ora la missione si compirà definitivamente solo passando da un passaggio molto stretto: alleandosi proprio con Berlusconi nella speranza di ereditarne le schiere. Non so se il dramma che sta vivendo il PD si concluderà in questo modo, visto che sono milioni gli ex elettori del PD che hanno votato M5S. Non so se nasceranno due partiti distinti e le carte si rimescoleranno attorno ai due partiti oggi egemoni, cioè gialli e verdi. Soprattutto: non so se portare a termine questa missione – allearsi ed ereditare FI, appoggiare un governo di centro-destra – significherà aver portato il Paese verso il progresso. Se così fosse, spero che la borghesia illuminata faccia di tutto per dare un segno democratico al nascente nazionalismo leghista e non si lasci trascinare nell’isterismo patrimoniale del “Foglio”, capace di tacciare i gialli – udite da quale pulpito viene la predica!! [6]– di essere nientemeno eversivi dell’ordine costituito!

Razionalità democratica vorrebbe che venisse rispettato l’esito delle urne: e il M5S avesse l’opportunità di dispiegare pienamente il proprio mandato. Pienamente: cioè all’insegna di un patto di governo chiaro, trasparente, che non potrà che avere una gestazione complessa e che richiede del tempo per essere definita. Ai tanti teorici della “governabilità”, ai tanti ingegneri costituzionali ed elettorali, ricorderei che il loro apogeo è stato l’apogeo del tentativo di distruggere la democrazia rappresentativa, evidentemente incompatibile con il capitalismo del cd libero mercato; il loro apogeo è stato l’apogeo del tentativo di destabilizzare fino alle fondamenta la società, dando il potere in mano di una minoranza. Governare in nome dell’interesse generale significa, al contrario, trovare compromessi. [Luca Michelini]

[1] “Neoliberismo ed Europa, serve una svolta”. Lettera aperta a Liberi e Uguali, in “MicroMega on-line del 24 febbraio 2010.

[2] Controvento. Contributi per la rinascita della Sinistra. Il patriottismo costituzionale, a cura di S. Fassina, 2018.

[3] G. Scarpari, Missione compiuta, “Il Ponte” on-line, 18 gennaio 2018.

[4] M. D’Alema, Fondamenti per un programma della sinistra in Europa, “Italianieuropei”, 2016, n. 5-6, dicembre 2016.

[5] L. Michelini, La fine del liberismo di sinistra, 1998-2008, Firenze, Il Ponte editore, 2008.

[6] Sempre utile M. Travaglio, B. come Basta!, PaperFirst, 2018.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. ecoinformazioni ha detto:

    L’ha ribloggato su .

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...