I giardini pubblici a lago

L’amministrazione di centro-destra di Como ha scoperto il buon senso ed ha sbloccato il progetto di riqualificazione dei giardini pubblici a lago. Come è noto, è stata la giunta Lucini a promuovere la riqualificazione ed a scegliere il progetto che ora verrà realizzato. Il buon governo significa che i progetti sensati non devono soffrire le vicende della contesa politica.

Marco Longatti ha invitato a studiarsi tutti i progetti presentati, senza limitarsi a quello vincitore. Confesso che non ho avuto il tempo di farlo e mi sarebbe piaciuto che gli addetti ai lavori fossero riusciti a suscitare un dibattito pubblico in proposito. Sappiamo, però, che Como non ha una pubblica opinione e probabilmente proprio gli addetti ai lavori sono i più timidi ad intervenire, soprattutto in tempo di crisi edilizia e di scarsità di risorse. Sono i limiti di una città piccola come Como, che si caratterizza per il fatto che una fetta non trascurabile dei suoi cittadini ha la città come esclusivo terreno di cimento economico e la politica come intermediario prima o poi indispensabile.

Detto questo mi sembra che il progetto evidenzi tre questioni di un certo rilievo.

La prima. Un giardino pubblico diventa tanto più fruibile quanto più ha dei confini precisi e invalicabili. Il giardino pubblico, in altri termini, è opportuno che sia recintato. Vediamo perché. Storicamente il giardino nasce come spazio umano che ha l’esigenza di separarsi dall’esterno per difesa. Nelle città italiane il giardino era fonte di sopravvivenza e dunque era attinente alle case. L’orto botanico, invenzione italiana, ha spesse mura di recinzione. In campagna l’esigenza è quella di separarsi dalla “selva oscura” e dalle insidie umane che nasconde. Oggi qual è il pericolo? Basta ricordarsi della favola di “Cappuccetto Giallo” di Munari: i lupi, oggi, sono le autovetture e le insidie che trasportano. I giardini a lago sono contigui ad una strada di intenso traffico, per altro a un tiro di schioppo da un confine. I giardini, dunque, vanno delimitati. E’ la delimitazione che consente una maggiore cura, perché l’umanità è ormai adusa alla proprietà. Rendere sicuro un luogo significa dotarlo di confini: tanto più se si vogliono creare spazi per il gioco, in senso lato. I bambini, anche quelli adulti, non possono correre il rischio di rincorrere una palla in mezzo alla strada.

La seconda. L’acqua. Il progetto prevede una lingua d’acqua che penetra nei giardini e ne disegna le possibilità ludiche. L’idea è buona, soprattutto perché in controtendenza. Basti pensare all’idea delle paratie o quella penosa recinzione in vetro che separa la nuova passeggiata dal lago: lì doveva esserci un collegamento diretto con l’acqua. La città è sempre stata in comunicazione con il lago e volerla separare segna con precisione un fatto grave: che il lago è stato abbandonato. In tutto il mondo l’acqua è associata al divertimento e divertimento oggi significa turismo. Tanto più se è acqua di lago. In viale Geno si è pensato bene di mettere davanti a quella che un tempo era una spiaggia un parcheggio per vapori. I giardini della fontana sono mortificati e la salita romantica che arriva in via Torno un luogo di degrado. Come mai il lago è stato abbandonato? Perché è inquinato. Finché non si risolve questo problema è inevitabile l’incuria e lascarsa manutenzione. Concludendo: se davvero si vuole salire sul treno del turismo, che è aumentato per fattori del tutto esterni alla politica turistica cittadina, mettere mano ai giardini significa cominciare a pensare seriamente a riqualificare tutto il primo bacino. Appaltarlo ai privati (i due lidi, la canottieri, il kayak) è del tutto insufficiente, molto provinciale, ridicolmente “esclusivo”. Vanno ripensati i luoghi pubblici e in funzione di una diretta comunicazione tra città e lago.

La terza. Il progetto prevede giustamente uno spazio per il gioco e lo sport. Tuttavia non dobbiamo dimenticarci che a due passi c’è lo stadio e che l’intera area ha notevoli aspetti monumentali. Personalmente non amo il calcio per quello che è diventato. In ogni caso, diversi motivi spingono a ri-pubblicizzare lo stadio, aprendolo alla città e non ad una squadra. Questa può tranquillamente trovare lo spazio per il proprio stadio, se ne ha le forze. Ridare lo stadio alla città può significare riqualificare l’intera area anche sul piano commerciale e funzionale e si eviterebbe, finalmente, che la domenica di festa, cioè il giorno di riposo di chi lavora e di chi va a scuola, sia tormentato da problemi di ordine pubblico.Curioso, invero, che la preoccupazione per la sicurezza che esprime la giunta di centro-destra si focalizzi sull’indigenza e non sulla povertà di spirito che si tramuta in violenza. [Luca Michelini]

Un commento Aggiungi il tuo

  1. ecoinformazioni ha detto:

    L’ha ribloggato su .

    Piace a 1 persona

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