La Brigata Ebraica e il 25 aprile

I fatti del 25 aprile a Roma fotografano una cristallizzazione negativa dei rapporti tra l’Anpi romana e la comunità ebraica in senso lato. Per questo motivo sono lieto di ospitare nel mio blog una importante riflessione della storica Maria Grazia Meriggi, che ripropone, ma in forma più estesa, un editoriale pubblicato sul “Manifesto” di tre anni fa. [Luca Michelini].

«Non mi sento di intervenire nella discussione sulla dolorosa questione del 25 aprile a Roma dicendo che cosa dovrebbero o avrebbero dovuto fare, ormai da anni, l’Aned, l’Anpi romana o nazionale: pur avendo anch’io delle appartenenze collettive (principalmente sindacali, la Cgil) intervengo qui come semplice cittadina con qualche competenza storica. Ma la concitata discussione suscitata NELLA SINISTRA – cioè in casa mia – dal 25 aprile romano mi convince ancora una volta (come periodicamente avviene con appelli suscitati da tragiche vicende mediorientali) che storici e storici delle idee per altri versi autorevoli e competenti scivolano in queste circostanze in affermazioni approssimative, semplificate e a volte semplicemente errate. E che se questo avviene è probabilmente per un non detto originario e per una a mio parere male intesa e caricaturale lettura dei rapporti coloniali e imperialistici negli anni ’30, negli anni ’40 e oggi.

1) E’ vero che nella II Internazionale dirigenti che si richiamavano tutti a “un loro”marxismo avevano del colonialismo dei loro paesi delle interpretazioni molto diverse e in qualche caso opposte, soprattutto nel partito socialdemocratico tedesco. Ma anche con questa precisazione, definire “coloniale” o imperiale la presenza ebraica nei territori palestinesi dell’Impero turco significa disconoscere molte circostanze. Una presenza storica ebraica di lunga durata,da una parte; dall’altra una emigrazione che si inserisce nella generale emigrazione della svolta del secolo degli ebrei russo/polacchi che si era rivolta soprattutto verso gli Usa o verso la Francia. Una emigrazione operaia e proletaria in fuga dai progrom e anche dalla crisi delle economie di interi territori da essi provocati e che ebbe un ruolo importante nei movimenti sindacali di quei paesi: dai vertici del sindacalismo di mestiere (Gompers) al sindacalismo di massa degli IWW, al sindacalismo conflittuale europeo. Il delirante antisemitismo di Henry Ford, premiato nel ’38 con la più alta decorazione ammessa dallo stato nazista per uno straniero, ha a che fare ANCHE con questa presenza.  Il sionismo che orienta e dà un senso a quella emigrazione verso la Palestina allora turca entra in conflitto proprio perché è socialmente e anche culturalmente contiguo alle forme di socializzazione politica prevalenti in quegli ambienti, il Bund e il partito socialdemocratico. Attribuire una identità nazionale (araba o ebraica) a quei territori direi semplicemente che è anacronistico o appartiene a una “invenzione della tradizione” che si può alimentare delle tombe dei patriarchi come delle rocce di Maometto: basta sapere che sono invenzioni (nel senso di Hobsbawm).

2) Il controllo imperiale della Inghilterra mandataria gioca con (e suscita) il nazionalismo arabo nascente e presentare le potenze occidentali come sostenitrici della emigrazione ebraica in quelle terre cozza contro ogni verità storica. Ma certo nel contesto della II guerra mondiale, nonostante gli antichi conflitti, l’yishuv si mobilita nei modi più diversi a fianco dell’alleanza antifascista e antinazista e una parte della classe dirigente araba si avvicina alla Germania nazista fino al collaborazionismo politico e militare. Un avvicinamento suscitato dallo schieramento antinglese ma anche – impossibile negarlo – dalla speranza in un Hitler persecutore e distruttore degli ebrei. Si può dunque spiegare ma non “giustificare” il gran Muftì con la lotta antimperialista; Messali Hadj ha preteso l’espulsione dal parti du peuple algerien (PPA) di uomini che avevano ipotizzato una collaborazione antifrancese coi nazisti, nello stesso contesto e lo stesso si può dire per il movimento anticoloniale indocinese (poi vietnamita) che ha rifiutato qualsiasi collaborazione con i giapponesi alleati dei nazisti nell’area. Il gran Muftì non esaurisce né identifica tutti gli arabi palestinesi dell’epoca: bisogna anche ricordare quelli che combatterono con gli inglesi e quelli che salvaronoi vicini di casa ebrei ai tempi del pogrom di Hebron, come ha ricordato in varie occasioni Alain Gresh. Ma nemmeno rimuovere quell’episodio.

3) Ma soprattutto mi ha meravigliato vedere attribuire una continuità fra la brigata ebraica di volontari inquadrati nell’esercito inglese, la minoritaria corrente di Jabotinsky nel movimento sionista e l’esercito dello stato d’Israele. Coloro che lasciarono il territorio palestinese perl’Europa – come Enzo Sereni partito con funzioni diverse ma in analoghe circostanze – lo facevano proprio perché rifiutavano l’esclusivismo nazionalista e si riconoscevano in una lotta universalistica e umanistica contro i fascismi. Enzo Sereni scrive il suo testo sulle “origini del fascismo”rimasto inedito per decenni proprio per ragionare con i membri del suo kibbutz– provenienti da paesi che avevano conosciuto il totalitarismo e l’antisemitismo– sulla necessità di una riforma sociale e morale che desse un senso all’impresa socialista sionista e si inserisse in un contesto di rinnovamento sociale e morale di tutta l’Europa.

4) Certamente l’attività della Brigata ebraica non esaurisce il ruolo della componente ebraica nella lotta contro i fascismi in Europa. Basta solo citare l’insurrezione del ghetto di Varsavia di cui ha scritto lo straordinario militante e testimone Marek Edelmann, la prima insurrezione di massa nell’Europa occupata dai nazisti. Migliaia di ebrei democratici, socialisti comunisti hanno partecipato alla lotta antifascista armata e civile. In proposito non penso che abbiamo perso la loro identità ma che ne abbiamo invece affermato i contenuti migliori. Ma nel ricordo e nel bilancio dei protagonisti – come ha ricordato Wlodeck Goldkorn –tutte queste forme di impegno nel contesto tragico di quei tempi facevano parte allo stesso titolo della rivendicazione degli ebrei – le vittime principali,anche se in terribile e dolorosa compagnia, del nazismo – all’autodifesa e insieme alla partecipazione alla difesa della civiltà. Perché non si trattava di qualcosa di meno, in quegli anni. Una testimonianza particolarmente preziosa da parte di un intellettuale militante che ha fatto tanto per mantenere vivo il ricordo storico della straordinaria esperienza del Bund.

5) La nascita di Israele. Lo schieramento internazionale creatosi dalla guerra del ’67 in poi ha fatto dimenticare le sue reali circostanze. Innanzitutto: fra il ’45 e il ’50 ci sono stati spostamentidi popolazione, evacuazioni, disegni di nuovi confini e nuovi stati che hanno riguardato tutti i fronti di guerra, tutti i territori ex coloniali. La nascita di Israele e la mancata nascita di uno stato palestinese si possono capire solo in questo contesto.

Rifiutiamo il principio del “sangue e del suolo” per chiunque e in ogni circostanza quindi anche in Medio Oriente. Israele nasce per un voto dell’Onu e la sua legittimità come stato – entro i confini allora decisi –  nasce da questo riconoscimento internazionale, come tutti i nuovi confini sorti in quegli anni.Con l’approvazione e il sostegno determinante dell’Urss. La mancata creazione di uno stato arabo nella Palestina mandataria allora non può che essere attribuito al cinismo delle “classi dirigenti” degli stati arabi che hanno strumentalmente usato i palestinesi per alimentare (non da sole certo) guerre infinite. Se fra i dirigenti di quel futuro stato ci fosse stata una mente come quella del Lenin che volle anche contro la posizione di altri bolscevichi la pace di Brest Litovsk (cediamo territorio e cerchiamo di fare del nostro meglio al suo interno)…

In proposito cito qui i racconti di un testimone di cui non posso fare il nome perché non ne ho l’autorizzazione (si tratta di un importante economista) su suo padre e sua madre. La madre appartenente a una famiglia della buona borghesia ebraica romana sconvolta, nella giovinezza relativamente spensierata nonostante il fascismo, dalle leggi razziali,comincia a collaborare con forme di assistenza a ebrei in cerca di rifugio; ai primi di giugno, alla liberazione di Roma si precipita in strada, correndo in vestaglia, al rumore dei carri alleati e vede dei soldati con la stella di David e ne prova una emozione senza ritorno: un segno di umiliazione, in tutta Europa, era diventato un segno di orgoglio. Gli alleati assegnano proprio questi soldati alla sorveglianza e assistenza del tempio di Roma dove centinaia di persone si accalcavano per avere informazioni e conosce un giovane soldato proveniente dalla Palestina, e da una famiglia russa, socialista delle più diverse sfumature. La differenza di origine sociale e storie (il futuro suocero si meravigliava che il giovane“mettesse la marmellata nell’insalata”ma era anche preoccupato del “salto nel vuoto” dell’emigrazione) fu superata da quella emozione: la stella di David come insegna di battaglia e non come stigma di vergogna e la giovane romana partì per la Palestina e rimase una convinta israeliana laburista, su quella base.

Un incontro fra alcuni ufficiali fra cui il padre del mio testimone e un emissario sovietico poche settimane prima della guerra del’48: i soldati ebrei (fra ebrei russi di sinistra si intendevano…) dicono al sovietico che la popolazione di alcuni villaggi avrebbe dovuto essere spostata con la forza. Il sovietico chiede loro, perché non avete uomini preparati, non avete abbastanza armi? Insomma non aveva capito – era si un ebreo e un comunista ma innanzitutto un sovietico – che ci si potesse porre il problema morale di spostare un villaggio di qualche chilometro…

Ciò NON significa assolutamente diminuire le sofferenze di quelle popolazioni che del resto la migliore storiografia israeliana ha ricostruito ma collocarle nel contesto tragico di quegli anni e anche cercare di capire come mai quelle popolazioni non hanno in seguito trovato una sistemazione territoriale definitiva in nessun paese arabo circostante: che resta un problema storico da porre, anche se non ho nemmeno lontanamente gli strumenti per rispondere.

6) Non credo di avere bisogno di sottolineare che sui due stati, sulla persistente occupazione dei territori del ’67 e sulle pratiche e le culture dei coloni la penso esattamente come la sinistra israeliana che non è maggioritaria ma non è nemmeno composta di pochi idealisti sognatori. La penso come Zeev Sternhell che con le sue posizioni ha “meritato” anche una bomba sulla porta di casa (che avrebbe potuto uccidere o sfigurare per sempre i suoi nipoti, come dichiarò commosso dopo l’attentato) ma che non permetterebbe a nessuno di identificare la bandiera di Israele con le idee dei suoi attentatori! o dei partiti razzisti e di destra.

7) La posizione ufficiale dei partiti comunisti nei confronti di Israele è mutata a seconda degli schieramenti internazionali con l’accostamento (strumentale e relativamente breve, se pensiamo alla espulsione degli esperti sovietici dall’Egitto nel ’72) di alcuni stati arabi all’Urss. Tuttavia la generazione e la cultura politica a cui appartengo – giunta alla politica in un periodo in cui riprendevano forza i conflitti sociali e le lotte operaie nel cuore degli stati occidentali moderni – ha imparato a guardare innanzitutto all’interno di ogni paese e a trovare i proprio alleati e avversari trasversalmente e non per“blocchi di alleanze internazionali”.

Personalmente seguo con passione le vicende sociali dei diversi paesi: i movimenti del tipo “Occupy…” che dagli Stati Uniti hanno raggiunto Israele sono nostri interlocutori al di là dei loro governi. D’altra parte l’essere nemici e avversati dagli Usa non dovrebbe bastare a mutare il giudizio di una sinistra democratica e marxista su Putin come su Assad o su buona parte del gruppo dirigente palestinese come Hamas. In attesa di vedere sorgere– e ogni tanto se ne ha notizia ma prestissimo soffocati da feroce repressione– movimenti democratici fra i palestinesi, che pongano al centro della loro azione la vita quotidiana e sociale degli arabi dei territori.

8) Nel suo intervento appassionato di alcune settimane fa sul “Manifesto” Moni Ovadia ha dichiarato di sentirsi “a casa sua” con l’Anpi più che con la brigata ebraica e non mi sognerei (sarebbe grottesco) di mettere in discussione la posizione di una figura per tanti versi anche molto vicina alle mie posizioni sull’economia e la società. Ma oggi non possiamo che constatare che – dopo l’esperienza definitiva della Shoà – la maggior parte dei nostri concittadini ebrei vive invece in una condizione molto più divisa e contradittoria. Una posizione che può essere paralizzante, come quella di coloro che giustificano le peggiori politiche di tutti i governi di destra d’Israele, ma può essere invece ricca e consapevole che TUTTE le appartenenze sono plurali e molteplici. Con queste posizioni la sinistra deve porsi in relazione.

La Bandiera della brigata ebraica dunque è la bandiera di una delle formazioni che sono state in prima fila nella liberazione d’Europa e quindi a casa loro, perfettamente il 25 aprile.

I movimenti di liberazione attuali – come quello palestinese – nelle loro dirigenze e nei loro sostenitori italiani hanno tutto da guadagnare in credibilità politica nel rispettare questa presenza.

Se poi dovessi esprimere i miei sentimenti più profondi derivanti da tutte queste vicende chiuderei con una frase di Sterhell che cito a memoria: i nazionalismi hanno una storia, non ci sono stati sempre e forse un tempo saranno superati.

Gli stati però esistono – aggiungo – e tanto vale conoscerne la storia, i caratteri e le potenzialità il più lucidamente possibile.

Ma per fortuna vivo a Milano dove come sempre si può partecipare a un bellissimo 25 aprile».  [Maria Grazia Meriggi]

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. ecoinformazioni ha detto:

    L’ha ribloggato su .

    Mi piace

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