La Valle dei templi di Como

Non so da quanti anni i Tg nazionali stigmatizzano la speculazione edilizia che avrebbe rovinato la valle dei templi di Agrigento. Avendola visitata più volte posso dire che,  per quanto la nuova Agrigento certo non brilli per bellezza, è altrettanto sicuro che non ha deturpato così tragicamente il complesso monumentale. Il quale, infatti, da quanto è stato valorizzato (sì, parliamo anche di guadagni e non solo di conservazione), pare stia dando grandi frutti.

Non altrettanto si può dire, invece, di quanto hanno fatto le amministrazioni comunali di Como con la collina che è alle spalle di Villa Olmo e del complesso di ville che si sviluppano fino al centro. E che si affacciano su una camminata a lago che è dovuta a tempi in cui le amministrazioni ancora erano il crocevia, pur tra tante contraddizioni, della progettualità sociale.Qui lo sfregio del paesaggio oggi è senza appello: è osceno.

I pochi commentatori indipendenti comaschi si indignano per il deturpamento della montagna che da Como porta a Brunate (Garzola): ma si sbagliano. Ammesso e non concesso che uno sviluppo urbanistico residenziale Como avrebbe dovuto conoscere, è proprio lì che si poteva concepire. Certo: anche lì il danno è stato fatto e molti anni fa: quando i giardini delle ville vennero edificati da palazzoni residenziali per la buona e media borghesia. Ancor oggi il deturpamento è in corso: grazie alla legge regionale si sono abbattute ville o semi-ville storiche costruendo condomini di lusso che sono dei bunker dove la ricchezza si è asserragliata. Si poteva e si potrebbe costruire bene, insomma. Ma sul piano dell’espansione urbanistica l’idea di costruire sulla parete di quella sorta di invaso che sale da Como a Brunate poteva avere un senso: beninteso: se studiato e meditato con i dovuti strumenti. La buona borghesia al sole, rintanata nel suo privato e munita dei suoi SUV da sopravvivenza avrebbe dato comunque vita ad una ghettizzazione di lusso, che la dice lunga sull’etica che pervade questo ceto provinciale. Scegliere un luogo preciso dell’espansione cittadina avrebbe almeno salvaguardato ciò che di meraviglioso le generazioni del passato hanno costruito.

Invece la borghesia asserragliata (e poi inesorabilmente derubata dai professionisti degli appartamenti), come prevedibile, ha voluto strafare e sentirsi contigua alla grande nobiltà, di cui il lungolago è fulgido esempio. Nobiltà il cui “mal di pietra” era almeno diretto dal buon gusto, se non altro nella scelta degli architetti e dei progetti. Ne è uscito un aborto di paesaggio, dove il bianco di pretenziosi condomini di lusso cancella la sagoma di ville e di giardini.

Naturalmente, l’attrazione turistica dei luoghi ancora regge, soprattutto perché è arduo farli a pezzi in quanto strutture architettoniche. Si può arrivare a farne una sorta di Bagheria Due, una sorta di Villa Palagonia, letteralmente assediata dall’abusivismo che ne ha divorato i giardini.

Temo, tuttavia, che l’idea balzana di fare nel giardino di Villa Olmo un teatro (in una città dove i teatri si abbattono o si lasciano marcire) possa costituire il primo passo. [Luca Michelini]

 

Un commento Aggiungi il tuo

  1. ecoinformazioni ha detto:

    L’ha ribloggato su .

    Mi piace

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