Lo sfruttamento del lavoro

Questo primo maggio cade in un periodo storico di grande crisi. L’economia politica del lavoro e dei lavoratori esce da una sequenza ventennale di sconfitte. Sul piano economico e sociale e dei diritti, il mondo del lavoro è nell’angolo.

Sul piano politico in tutta Europa i partiti che avrebbero dovuto rappresentare e difendere i lavoratori vivono una crisi profonda perché hanno promosso politiche economiche e legislative volte a smantellare tutte le conquiste ottenute a prezzo di grandi lotte nel trentennio successivo alla guerra. Questi partiti condividono la responsabilità di aver portato la democrazia sull’orlo del collasso: il fallimento della sinistra storica ha fatto sì che sono diventati i partiti della destra anche estrema a farsi paladini della “protezione del lavoro” e dei “ceti popolari”. Il cuore della civiltà europea, la Francia, è ancor oggi portata a modello istituzionale: eppure è mancato un pelo perché ne diventasse monarca il partito più a destra presente oggi in Europa; ed anche l’europeismo democratico nasconde una politica di potenza destabilizzatrice.

La società del lavoro tenta di difendersi creando nuove organizzazioni politiche, ma recidere una tradizione ha un costo elevatissimo: prevale la confusione e l’approssimazione e i tempi del profitto sono sempre mille volte più rapidi di quelli del lavoro che tenta di resistervi.

L’Italia è stata in prima fila in questo processo di arretramento. Non poteva essere altrimenti, perché fu in prima fila a mettere in discussione le radici del capitalismo. Il Paese che aveva il più grande movimento operaio organizzato dell’Occidente non poteva che conoscere la più sistematica e intelligente reazione dell’Occidente.

L’inizio della reazione sociale ha iniziato sul piano culturale. La società occidentale, l’Italia, non poteva più essere definita una società capitalistica. La parola sottende non solo un’analisi, ma anche una critica. Meglio dunque parlare di società di mercato. Il mercato è neutrale: mercati ci sono stati nella preistoria, durante l’epoca classica, nel Medioevo. Nel mercato ci sono consumatori e produttori: l’unica lotta è quella di concorrenza. Se lasciata operare indisturbata, la concorrenza crea diseguaglianza, ma anche benessere per tutti ed elimina la povertà.

Con il capitalismo scompaiono anche i capitalisti. La parola “padrone” è bandita, scompare. Anni di esaltazione del lavoro e dei lavoratori (si pensi ai quadri di Guttuso) dovevano lasciare il posto all’esaltazione dell’imprenditore. Come creatore di ricchezza. Come datore di lavoro. Come figura capace di governare la società proprio perché capace di fare profitto. Tutta la società doveva essere modellata sul profitto e da colui che è in grado di crearlo ed esaltarlo. Il Paese doveva essere trasformato in un’azienda. Ogni organismo sociale deve diventare un’azienda che crea profitto: l’ospedale, la scuola, l’Università, la cooperativa, la famiglia.

Il genio italiano ha incarnato questa esaltazione in un tipo imprenditoriale particolare, originale. La società è dominata dall’imprenditore legato alla politica che, rivendicando un’indipendenza dalla politica mai esistita nella realtà, conquista lo Stato, lo dirige, tenta di trasformarlo a immagine e somiglianza del meccanismo aziendale, tenta di ridurre ad unità il pluralismo dei poteri e addirittura i liberal-conservatori parlano di “sultanato”. L’imprenditore non si limita a creare i propri organi di informazione, come un tempo, ma vuole plasmare l’intera opinione pubblica: da quella politica a quella culturale, da quella colta a quella popolare. Vuole non solo in consenso, ma anche le coscienze. I partiti diventano aziende e perfino l’opposizione parla di “ditta”. I parlamentari sono stati dipendenti, in Senato è il culmine di una carriera aziendale. La politica diventa una merce da vendere in televisione e la televisione il più potente strumento di controllo sociale. Per realizzare questo progetto l’imprenditore non si dà limite alcuno, né vi è settore industriale che si preclude di conquistare.

Questa enorme offensiva politica, sociale, economica e culturale ha portato ad un risultato molto preciso: il concetto di sfruttamento del lavoro e del lavoratore è diventato nebuloso.

Il concetto e la realtà di sfruttamento sono diventati concetti e realtà vaghi, certo con qualche attinenza alla realtà, ma mai inquadrati in una concezione organica della società capitalistica. Nel mercato lo sfruttamento è legato ad una qualche forma di rendita, ma quanto è difficile eliminare queste rendite e poi ci pensa il processo di distruzione creatrice incardinato sull’innovazione e sull’imprenditore. L’unica rendita ben identificabile è quella politica: la casta, che vive succhiando ricchezza prodotta da altri e per fini particolaristici. Il linguaggio dell’estrema destra anti-repubblicana e antidemocratica diventa quello della quotidianità politica, diventa il “politicamente corretto”.

Lo sfruttamento affiora, indefinito, in qualche occasione: nei sermoni religiosi, nelle ramanzine presidenziali, nei moralistici rammarichi, nei saccenti rimbrotti, nella ossessivamente reiterata litania sulle corporazioni e caste non meritocratiche.

Lo sfruttamento del lavoro sul piano economico-contrattuale sembra limitarsi alla condanna delle condizioni di lavoro troppo umilianti, troppo prive di diritti, troppo dipendenti da condizioni sociali di partenza che costringono ad accettare qualsivoglia condizione di lavoro. Lo sfruttamento è diventato un eccesso rispetto alla normalità. Alla normalità di un capitalismo “civile”, “socialmente responsabile”, modernamente socialdemocratico (quando perdi il lavoro, anche sottopagato, hai una copertura assistenziale, ma solo in vista di un nuovo impiego: flexsecurity), avanzato, cioè fondato sull’innovazione e l’automazione, che pratica una qualche forma di “alti-salari”.

Beninteso: la lotta per la “normalità lavorativa”, per salari decenti, per orari umani, per condizioni di lavoro sopportabili ha contraddistinto quello che si chiama progresso civile e sociale. E questo progresso è stato realizzato solo grazie all’esistenza di un movimento operaio organizzato e combattivo, perfino rivoluzionario. Oggi tutto questo è stato spazzato via e rimpiangiamo (tranne i liberisti ultrà) questa normalità.

Ma il movimento operaio è stato capace di cambiare e migliorare il mondo, è stato in grado di riformare il capitalismo, solo quando ha mostrato che anche nella normalità si annida lo sfruttamento. Solo quando dall’analisi dello sfruttamento ha ricostruito il quadro del meccanismo sociale complessivo, individuando i ceti che, di volta in volta (perché si modificano), possono guidare la trasformazione. È questa consapevolezza che ha contraddistinto l’avanguardia. E senza avanguardie non c’è né civiltà, né progresso. [Luca Michelini]

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. ecoinformazioni ha detto:

    L’ha ribloggato su .

    Mi piace

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