La sconfitta al Circolo Brandt di Como

Ho intercettato i commenti che la sala gremita del Circolo Brandt di Como, il 4 marzo,  ha dedicato ai relatori invitati dal presidente Doria , a cui va dato atto del coraggio e della intelligenza dell’iniziativa di discutere pubblicamente della sconfitta del Pd.

Per inciso, Doria pochi giorni fa fu attaccato da alcuni dirigenti del Pd comasco, a cui presumo sia iscritto, perché aveva esternato a Comozero le sue opinioni sulla sconfitta: gli hanno rimproverato di parlare fuori contesto, poiché il luogo appropriato sarebbero stati i vari organi direttivi del partito cittadino e provinciale. C’è da chiedersi come questi dirigenti valutino le esternazioni di Renzi, che di fatto hanno esautorato ed eterodiretto i massimi organismi dirigenti del partito. Temo che costoro confondano il partito con la società e pensino, come da tradizione secolare dura a morire, che i meccanismi verticistici del primo siano riproducibili nella seconda.

Ma rimaniamo nel merito. Il pubblico era prevalentemente di anziani militanti, pochissimi i giovani, molte le facce note. Ebbene colpiva di questo pubblico, almeno di quello che ha proposto osservazioni, l’ostinata appartenenza culturale al “vecchio mondo”, quello del Pci o del Psi. Alcuni hanno addirittura evocato Marx. Altri, che invocavano il tradimento di quella che sarebbe diventata Leu, appunto si rifacevano a logiche antiche di partito, anche se adoperate in un contesto completamente differente. Eppure era un pubblico che aveva votato Pd, e ancora lo votava. Il giornalista, tra i relatori, è rimasto ovviamente inorridito di tanto “tornare indietro”, uscendosene con la solita frase maccartista che al vecchio Marx andavano attribuiti tutti i mali di questo mondo e che il dramma era che a Renzi proprio non c’era alternativa.

Mi limito a riproporre ciò che ho accennato rivolgendomi ad uno dei massimi dirigenti del Pd presenti in aula. Oggi il Pd è un partito liberale e tale parabola è stata scientemente incominciata, per la sua parte fondamentale, ai tempi dell’Ulivo, avendo come protagonisti i dirigenti che poi hanno fondato Leu. Il fatto che una parte consistente del suo elettorato ancora non se ne capaciti rientra nella fenomenologia sociologica della persistenza delle ideologie anche una volta venute meno i presupposti che le alimentavano.

Ascoltare Renzi, o la Serracchiani o il segretario del Pd lombardo è molto utile perché si capisce come lo stallo attuale provocato dalla legge elettorale sia voluto e studiato a tavolino: perché si cerca, nonostante tutto, di forzare una volta ancora le riforme istituzionali. L’Italia deve diventare un Paese come la Francia, dove una minoranza regna come una monarchia sulla maggioranza.

Ebbene, oggi ritengo sia doveroso richiamare questo partito liberale alla funzione storica che dovrebbe avere un tale partito. La Francia europeista oggi è un paese con una politica di potenza particolarmente ostile proprio nei confronti dell’Italia. E la Francia europeista solo per pochissimo non ha lasciato il campo al partito più di destra presente oggi in Europa, cioè quello lepenista.

Rifiutare la collaborazione con i 5 Stelle, facendo perno su tutti gli appigli che costoro, soprattutto con Grillo, scientemente offrono, significa letteralmente regalarli al centro destra, oltre che aprirgli la strada elettorale ancor di più.

Centro destra a cui, di fatto, si consegna il Paese.

Lo si consegna una volta ancora nelle mani di Fi, che oggi appare europeista solo perché è tenuta in mano, letteralmente, dalle potenze europee, che hanno avuto più volte modo di rintuzzarla; fino a farle capire che con una scalata è possibile risolvere per le vie brevi il conflitto d’interesse. A dispetto di quello che pensa il fondatore di Fi, i più sistematici espropriatori sono i concorrenti. Certo la scalata è stata impedita e questo la dice lunga sia sul rapporto tra economia e politica e su quanto oggi FI sia manovrabile. Ma il segnale è stato forte e chiaro. Del resto, ci è voluto Monti e Severino, cioè ci sono voluti due liberal-conservatori, per fare quello che una sedicente sinistra non la avuto la capacità di fare. Compreso, purtroppo, una scellerata patrimoniale, che non ha avuto alcun effetto redistributivo, quanto punitivo appunto nel gioco geopolitico europeo.

Lo si consegna alla Lega che, per quanto oggi animata da una dialettica tra destra e sinistra che ritroviamo, più accentuata, anche nei Cinque stelle, ha comunque la vocazione a coprire tutto lo spazio politico appunto alla sua destra.

Sconvolge, insomma, quanto questo moderno liberalismo consideri “normale” ciò che sta avvenendo in Italia. Nessun pericolo per la tenuta della democrazia. Nessuna emergenza sociale. Nessuna capacità di ingaggiare una lotta per l’egemonia sui contenuti, né con i 5 Stelle, né con il centro destra. In ultima analisi, nessuna capacità di analisi della realtà che ci circonda. [Luca Michelini]

Un commento Aggiungi il tuo

  1. ecoinformazioni ha detto:

    L’ha ribloggato su .

    Mi piace

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