La Cgil di Como per l’unità, le timidezze del PD dell’On. Braga, il disorientamento di LEU

Giovedì 31 maggio sera presso la Cgil in via Italia Libera a Como si è tenuta una riunione aperta per discutere della grave crisi istituzionale che ha travolto la nostra Repubblica. La crisi pare essersi risolta sul piano politico con la nascita del governo giallo-verde: che mi piace ricordare che su questo blog era stata prevista come esito naturale delle elezioni, pur in presenza di tendenze che la ostacolavano.

Sul piano sistemico la crisi è tutt’altro che risolta[1], soprattutto perché l’asse politico del paese, in virtù del comportamento del Pd, si è spostato nettamente a destra, con una Lega che esce sostanzialmente vittoriosa sul piano politico anche rispetto ai Cinque Stelle.

Questo spostamento a destra non è di poco conto, a dispetto di quanto pensa la dirigenza PD ancora persuasa, nonostante le varie “rottamazioni”, che il nostro Paese sia un paese “normale”. Ancora non hanno capito che, ammesso e non concesso che l’Italia abbia bisogno dell’Europa Unita (dalla moneta), una Europa unita (dalla moneta) senza l’Itala semplicemente non sarebbe e si acuirebbero gli antichi scenari di conflitti tra “spazi economici” concorrenti, a cominciare da quello Mitteleuropeo minacciosamente proteso verso Occidente e Meridione. In altre parole, i destini dell’Europa dipendono dall’Italia.

Lo spostamento italiano si inserisce in un complessivo spostamento a destra di tutto l’asse politico europeo. La crescente instabilità economica e sociale provocata dalla selvaggia globalizzazione ha fatto rinascere prepotenti i singoli nazionalismi, in ogni paese europeo. In Germania si tratta di neo-mercantilismo, in Francia di nuova grandeur internazionale, tuttavia notevole anche sul piano europeo (notevole l’aggressività verso l’Italia), in Spagna si traduce in una implosione dell’unità nazionale, nei paesi dell’Est in un rigurgito di vario nostalgico nazionalismo e via discorrendo.

La protezione del lavoro è diventato il tema di fondo di queste destre, stante il sostanziale e strutturale venir meno dei compiti di tutte le sinistre che hanno governato l’Europa dopo il crollo del Muro di Berlino, cioè delle sinistre ispirate dalla “terza via” di Blair. E quando parlo del lavoro è da intendersi in tutte le sue declinazioni: il lavoro in quanto moneta, industria, forza-lavoro, in quanto collante fondamentale della società.

Per quanto la dialettica tra destra e sinistra non possa che ripresentarsi anche all’interno degli stessi movimenti politici di destra, poiché questa divisione ha come fondamento la struttura economica della nostra società capitalistica, attraversata da molteplici conflitti sociali, sul piano del nesso esistente tra valori etico-civili e istituzioni il momento è particolarmente delicato. Siamo, cioè, di fronte ad una vera e propria crisi istituzionale.

L’esistenza, infatti, di forti partiti di sinistra, capaci di rappresentare effettivamente i bisogni del mondo della forza-lavoro, ha costituito l’asse fondamentale delle democrazie occidentali europee nate dopo il 1945. Venendo meno questo asse, ciò che si prospetta all’orizzonte sono nuove forme di quella che Gramsci chiamava “rivoluzione passiva” riferendosi al regime fascista: cioè nuove forme gerarchico-autoritarie di potere politico, economico, sociale, culturale che, in qualche modo, appagano al contempo appunto il bisogno di “protezione” della società. Una volta che il Parlamento fosse saldamente controllato da forze di destra sempre più consapevoli del proprio ruolo e dei propri poteri, l’equilibrio istituzionale sancito dalla nostra Costituzione, e incardinato anche sul potere del Presidente della Repubblica, verrebbe meno. Ci sarebbero cioè i presupposti perché il nuovo equilibrio sociale trovasse la sua nuova espressione istituzionale. Del resto, l’esperienza italiana insegna che forti maggioranze parlamentari prima o poi  tentano di mettere mano alla Costituzione.

Ritengo dunque molto importante che ci sia una forza come il sindacato che chiami a raccolta anzitutto per discutere di come ricostruire un campo capace di ridar vigore politico alle forze sociali che rappresenta. Non so certo dire quale sarà il risultato di questo tentativo: ma è certo che se una forza ancora imponente come il sindacato decide di mettere a disposizione la propria memoria storia, le proprie energie organizzative e intellettuali, i risultati non potranno che venire.

All’incontro erano presenti oltre che sindacalisti e cittadini anche le principali forze politiche di sinistra uscite sconfitte dalle elezioni.

I sindacalisti hanno offerto un quadro molto interessante della situazione: a chi paventava, come l’On. Braga, che il governo di destra attaccherà i diritti, è stato fatto osservare che questi diritti, soprattutto quelli del lavoro, sono stati ampiamente attaccati fino ad oggi. E si è insistito sulla necessità che si costruisca “un punto di vista” preciso e autonomo delle forze della sinistra e che esse in qualche modo convergano verso “l’unità”. Molto insistente è stata la voce di chi, come il Segretario della Cgil, ha sottolineato come l’occupazione oggi sia sostanzialmente lavoro precario, concetto che il Pd pare proprio non volere assimilare, si è sottolineato polemicamente, e come nelle assemblee di fabbrica la preoccupazione maggiore sia per la legge Fornero.

A fronte di queste precise indicazioni ho assistito ad una reazione da parte delle classi politiche a dir poco impacciata.

La più sorprendente è quella di Leu (Mpd): il fatto che milioni di cittadini abbiano votato per il reddito di cittadinanza pare non costituisca alcun problema, perché si tratta di pura follia, populismo d’accatto, come gli 80 euro. Pare che oggi si debba puntare a cercare l’appoggio delle forze cattoliche, la dottrina sociale della Chiesa rappresentando un punto di vista imprescindibile, con “l’Avvenire” in testa: dimenticandosi che quella dottrina è stata la risposta alla nascita del movimento socialista e che la modernità, come la Chiesa, hanno una loro logica precisa. Pare, infine, che il “liberismo di sinistra” fin qui perseguito, cioè quello dalemiano, fosse una strada obbligata, senza alternativa: un po’ come dire che, filosofia del diritto alla mano, lo stalinismo era inevitabile, piuttosto che il fascismo o quarant’anni di potere democristiano e tutte le sconsiderate privatizzazioni che hanno distrutto buona parte del tessuto industriale italiano più all’avanguardia e strategico. Le altre forze politiche devono rinnovare da cima a fondo il personale politico, però nessun imbarazzo a ripresentare sé stessi nell’ennesima nuova versione ideologico-organizzativa, naturalmente sempre in posizione dirigenziale. Mi sembra, insomma, che la rappresentanza comasca di LEU non sia all’altezza della sfida che attende questa formazione sul piano nazionale.

SI ha passato il tempo a rimproverare il Pd di sordità, ma non sembra essersi resa conto che la sconfitta riguarda anche gli eredi di Vendola e non mi risulta che abbiano fatto un ricambio di dirigenza, cosa che invece Possibile ha fatto.

Infine Orsenigo e Braga: il primo ha solo accennato al fatto che pare che l’elettorato non abbia colto il messaggio del Pd, la seconda sembra voglia assecondare l’iniziativa di Leu e della Cgil di mettersi a costruire seminari sui rapporti Istat, onde ricostruire un ragionamento autonomo dalla linea politica fin qui seguita dal PD.

È chiaro che tra Cgil comasca e il Pd di Braga vi sia un feeling e mi sembra un dato molto positivo. Ritengo, tuttavia, che sia molto più prudente, ora, riprendere il cammino da un’altra parte della cima. Forse sbaglio, ma il Pd comasco in Parlamento ha votato l’abolizione dell’articolo 18. Forse è venuto il momento di avere il coraggio di dialogare proprio con quella base lavoratrice che il sindacato rappresenta. Le statistiche, gli studi, sono numeri e parole: molto importanti, certo e mi piacerebbe che finalmente si riprendesse un filo ormai interrotto da anni, quando il sapere si coniugava alla politica non su commissione, ma per dialogo effettivo, anche se tra distinti e reciprocamente autonomi. Ma gli studi, pur necessari, sono insufficienti, soprattutto quando si fa politica. Dietro i numeri ci sono le persone. Le loro storie. Il loro lavoro. I loro bisogni. Se analisi autocritica va fatta, e mi pare che si abbia l’intenzione di farla, si ricominci allora dal confronto appunto con le persone, in carne ed ossa, nei posti di lavoro.

Pensare che quello dell’Istat sia una sorta di sapere neutrale è già un abbaglio. Il sindacato può diventare uno strumento imprescindibile per costruire appunto un nuovo e diverso e soprattutto autonomo punto di vista sulla società. Partendo dalle persone in carne ed ossa. Ed arrivando poi, certo, anche a riprodurne le semovenze con i numeri e con le parole, anche con gli studi. Per porsi infine l’obiettivo di appagarne i bisogni, bilanciandoli con quelli della comunità tutta. [Luca Michelini]

 

[1] Per avere una idea della gravità della crisi istituzionale italiana basta il titolo del “Washington Post” del 29 maggio: “Italy’s president thwarts his own country’s democracy”.

 

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Romolo Vivarelli ha detto:

    Che la Cgil fosse diventato un partito politico ce ne eravamo accorti, molti avevano espresso la loro contrarietà, i più avvertiti non avevano più rinnovato la tessera. Ora arriva anche la conferma esplicita di tali propositi. La Cgil fino a qualche anno fa ha mantenuto e difeso la propria autonomia ed ha sempre ragionato in termini unitari. Anche le altre due organizzazioni confederali sono coinvolte in questa iniziativa ? Rmpiango, e con me molti altri, i tempi in cui lo spessore di un dirigente sindacale era tutt’altro.

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