Campi di concentramento? No grazie

Sta facendo molto discutere la decisione del ministero dell’Interno di chiudere quello che in termini eufemistici potremmo definire il campo di accoglienza posto a ridosso del cimitero, approntato per far fronte all’emergenza immigrazione. Il mondo dell’associazionismo cattolico, una parte dello stesso centro-destra (Fratelli d’Italia) ha criticato il provvedimento.

Da quanto ho potuto leggere le critiche sono due. In primo luogo le autorità centrali e cittadine, coinvolte nella decisione, non hanno interpellato il mondo del volontariato, nonostante che esso fosse coinvolto pienamente nella gestione dell’emergenza. In secondo luogo si vorrebbe che la struttura emergenziale rimanesse in funzione per venire incontro alla marginalità cittadina, soprattutto in vista dell’inverno, che già da diverse stagioni ha ridotto la stazione centrale ad un luogo di accoglienza.

Non è scopo della mia riflessione intervenire nel merito del modo in cui si è presa la decisione. Escludere un attore sociale è sempre un errore, anche se va valutato con estrema attenzione il profilo di pubblica sicurezza, che non può che avere delle procedure particolari. Personalmente, non ho motivi per dubitare che il nostro apparato di sicurezza lavori pienamente nel diritto. Ben vengano le interrogazioni parlamentari, ma non credo proprio che si sia arrivati al punto che la propaganda xenofoba, al limite del razzismo, di alcune forze politiche abbia intaccato la serietà e la legittimità democratica degli apparati dello Stato.

Vorrei però ragionare sul campo di accoglienza. Per quanto mi riguarda non ho alcun dubbio nel definirlo un campo di concentramento: appunto un campo, sgombrato e approntato per l’accoglienza in emergenza in containers, cioè in quelle strutture adatte al trasporto di merci e poi utilizzare, o meglio, riutilizzate, a scopi di abitazione. Con problemi di alta densità abitativa e connessi problemi di sicurezza, affrontati con particolari procedure, compresa la chiusura notturna del campo stesso. Io non ho il minimo dubbio che una simile struttura dovesse scomparire il più presto possibile.

Certo: rimane il problema di come affrontare sia l’emergenza, sia la cronicità della marginalità. Per mesi e mesi abbiamo assistito alla scena di una stazione centrale ridotta a dormitorio; ancora in questo stato versa l’atrio di San Francesco. Per molto tempo i giardini della stazione sono diventati un vero e proprio campo di accoglienza. Bene: di fronte a questi problemi, che è necessario cominciare a considerare strutturali e non emergenziali, ritengo che una città come Como debba approntare un sistema di accoglienza e di assistenza sociale di carattere strutturale. Non nascondiamoci dietro un dito: le strutture ci sono; basta fare investimenti per renderle civili, da ogni punto di vista. E si tratta di compiere scelte coraggiose e, soprattutto, con un minimo di coscienza civile e sociale. Ma per fare queste scelte ci vogliono idee chiare su molti temi, che invece si preferisce demandare, di fatto, alla carità privata, che ha mezzi (strutture) e persone: dove fare questa struttura (che ha aspetti anche simbolici), come gestirla, chi farvi accedere e via discorrendo. Oggi, però, le forze politiche mancano del tutto del coraggio della verità. [Luca Michelini]

Un commento Aggiungi il tuo

  1. ecoinformazioni ha detto:

    L’ha ribloggato su .

    Mi piace

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